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bicchieri

Nella storia millenaria del vetro, il “bicchiere per bere” ha giocato un ruolo apparentemente modesto per il forte condizionamento dato dall’ uso quotidiano che metteva fuori gioco valori economici eccessivi così come esuberanze formali. Naturalmente stiamo qui parlando di bicchieri, magari in cristallo, magari in vetro soffiato, ma realmente da utilizzare e prescindiamo quindi da altri meccanismi più legati al collezionismo che all’uso. Proprio per questo suo ruolo ancillare, per il suo ritornare ad una forma primigenia cilindrica o tronco conica, ottimizzata da secoli e al massimo sollevata su di uno stelo, la “discreta” evoluzione del bicchiere riveste un interesse notevole. I progettisti hanno dovuto in questo caso specifico lavorare ancorandosi fortemente alla realtà e quindi ogni ben che minima variazione assume il valore delle grandi scoperte. Attraverso la tipologia del bicchiere, possiamo assistere ad una delle rare concretizzazioni dell’utopia che aveva segnato la nascita del design ovvero il suo porsi come “arte per tutti”.

Aldo Cibic|1964, Achille e Pier Giacomo Castiglioni|1964, Joe Colombo|1969, Marco Zanuso|1974, Cini Boeri|1976, Ambrogio Pozzi|1976, Centrokappa e Franco Raggi|1978, Roberto Menghi|1978, Roberto Menghi|1980, Gianfranco Frattini|1983, Carlo Moretti|1983, Achille Castiglioni|1983, Achille Castiglioni|1986, Angelo Mangiarotti|1986/91, Angelo Mangiarotti|1988, Alessandro Lenarda|1991, Enrico D. Bona|1993, Alberto Meda|1996, Ettore Sottsass|1996, Giovanni Levanti|1997, Achille Castiglioni|1998, Enzo Mari|1998, Ettore Sottsass|1999, Lella e Massimo Vignelli|2000, Aldo Cibic|2001, Vico Magistretti|2003, Stefano Giovannoni|2003, Laudani&Romanelli|2004, Alessandro Mendini|2004, Lorenzo Damiani|2004, Paolo Imperatori|2005, Emanuela Frattini|2007, Massimiliano e Doriana Fuksas|2008, Massimiliano Adami|2009, Gum Design|2009, Matteo Ragni

poltrone

Nel mondo degli “imbottiti” le poltrone sono, ben più dei divani — limitati dall’ingombro dimensionale e dal frequente appoggio a parete — veri e propri personaggi. Incarnano sogni e ambizioni, interpretano atteggiamenti sociali, segnalando, dal secondo dopoguerra, il modificarsi della postura del corpo, ancora formalmente ineccepibile negli anni ’50, ma già completamente libera alla fine degli anni ’60. Le poltrone inoltre risentono fortemente delle modificazioni dell’architettura degli interni: poltroncine da parata accostate alle pareti nei saloni aristocratici, bérgère di fronte al camino, poltrone da lettura e conversazione nei club... fino all’avvento del televisore. Dopo la seconda guerra mondiale la poltrona diviene improvvisamente uno status symbol per classi sociali molto più estese. Di conseguenza le sue misure cambiano, “gonfiandosi” a seguire l’arricchimento nell’epoca del boom economico. La struttura interna, e soprattutto quella di sostegno, ancora per tutti gli anni ’50 chiaramente esibita, viene celata nel trionfo dei nuovi poliuretani schiumati a freddo. Si modificano i rivestimenti: dalle lane, secche o bouclé, dai velluti, dai panni, si passa alla pelle, naturale o sintetica, e poi, caso abbastanza raro nel mondo “impermeabile” dell’arredamento, il tessile da rivestimento comincia a seguire piuttosto puntualmente la moda.

1951, Marco Zanuso|1952, Franco Albini|1953, BBPR|1953, Gio Ponti|1955, Osvaldo Borsani|1956, Gianfranco Frattini|1957, Carlo De Carli|1958, Luigi Caccia Dominioni|1959, Franco Albini e Franca Helg|1959, Gregotti Meneghetti Stoppino|1960, Alberto Rosselli|1961, Tito Agnoli|1961, Achille e Pier Giacomo Castiglioni|1962, Afra e Tobia Scarpa|1964, Joe Colombo|1965, Joe Colombo|1965, Gio Ponti|1966, Afra e Tobia Scarpa|1966, Mario Bellini|1967, De Pas D’Urbino Lomazzi|1967, Mario Bellini|1967, De Pas D’Urbino Lomazzi|1968, Afra e Tobia Scarpa|1968, Alberto Rosselli|1968, Teodoro Gatti Paolini|1969, Gaetano Pesce|1970, Mario Bellini|1970, Afra e Tobia Scarpa|1970, Strum (Ceretti Derossi Rosso)|1970, De Pas D’Urbino Lomazzi|1971, Cini Boeri (con Laura Griziotti)|1971, Mario Marenco|1971, Gio Ponti|1972, Mario Bellini|1973, Paolo Deganello con Archizoom|1973, Vico Magistretti|1974, Sergio Mazza e Giuliana Gramigna|1978, Alessandro Mendini|1981, Vico Magistretti|1983, Marco Zanuso|1986, Gaetano Pesce|1987, Cini Boeri (con Tomu Katayanagi)|1987, Massimo Iosa Ghini|1988, Luca Meda|1992, Luca Scacchetti|1995, Denis Santachiara|1997, Antonio Citterio|1998, Piero Lissoni|19992, Toni Cordero|2003, Antonio Citterio|2005, Antonio Citterio|2006, Francesco Binfaré|2006, Franco Poli|2007, piero lissoni|2007, Mario Bellini|2007, Paola Navone |2007, Roberto Lazzeroni|2008, Massimiliano e Doriana Fuksas|2009, Luca Nicchetto|2009, Paolo Rizzatto|2010, Fabio Novembre|2011, Jacopo Foggini|2011, Joe Colombo

posate

L’utilizzo delle posate rivela chiaramente la provenienza geografica di un individuo (andranno escluse le aree orientali legate alle bacchette, così come quella parte del mondo ove lo strumento principale per nutrirsi è la mano). Analogamente, ancora oggi, dal modo di gestire le posate è possibile dedurre informazioni sull’estrazione sociale di una persona. Oggetti-protesi (la forchetta riprende l’anatomia umana e prolunga il braccio) le posate sono in realtà un’invenzione piuttosto recente: fino al XVI secolo era di uso comune il solo cucchiaio. Forchetta e coltello erano collettivi e adoperati per tagliare le carni. Le posate seguono direttamente l’inarrestabile ascesa della borghesia e, dalla fine del XVIII secolo, con il prevalere della “apparecchiatura alla russa”, si diffondono definitivamente. Nel secondo dopoguerra due sono i principali percorsi seguiti dai designer nell’affrontare il disegno delle posate: da un lato si propongono variazioni della cosiddetta “posata alberghiera”, semplice e pesante, dall’altro si interpreta la posata come “ritratto” (di uno stile: posate razionaliste, post-moderne, o di un designer: posate “alla Ponti”, “alla Caccia”).

Gio Ponti|1938, Luigi Caccia Dominioni e L. e P.G. Castiglioni|1951, Gio Ponti|1955, Roberto Sambonet|1957, Roberto Sambonet|1960, Roberto Sambonet|1965, Roberto Sambonet con Mario Zacchetti|1972, Gianfranco Frattini e Franco Bettonica|1973, Roberto Sambonet|1979, Afra e Tobia Scarpa|1982, Achille Castiglioni|1982, Enzo Mari|1983, Paolo Portoghesi|1987, Ettore Sottsass|1990, Angelo Mangiarotti|1994, Anna Castelli Ferrieri|1995, Marco Zanuso|1996, Enzo Mari|1999, Paola Navone|2000, Iacchetti-Ragni|2004, Alessandro Mendini (con Annalisa Margalini)|2005, D.Paruccini F.Bortolani|2007, A.Citterio|2007, Matteo Ragni|2009, Massimiliano e Doriana Fuksas

sanitari

È solo con gli anni ’20 del secolo scorso che si consolida l’uso della “porcellana sanitaria” o vitreous china per i sanitari da bagno. La forma, e quindi il significato d’uso, di tali “fondamentali oggetti” viene però ancora celato dietro sagome classicheggianti, colori confetto e decorazioni floreali. Saranno i designer del secondo dopoguerra, Gio Ponti per Ideal Standard, Guido Andlovitz e Antonia Campi a Laveno e Giovanni Gariboldi per Richard Ginori, a imporre un disegno del sanitario che facesse riferimento piuttosto alla scultura moderna che non all’ “antica Grecia”. Da allora i maggiori progettisti italiani si sono cimentati sul tema del sanitario, eppure esso rimane, nella percezione comune, un oggetto anonimo di cui pochi sono in grado di ricostruire, nella memoria, una precisa evoluzione formale. Schematizzando, due sono i percorsi progettuali principali: il primo tende all’arrotondamento delle forme, come levigate dall’acqua che vi scorre, il secondo alla loro geometrizzazione. Generalizzata appare invece una progressiva diminuzione delle dimensioni, almeno per quanto concerne il vaso e il bidet. Il lavabo si staccherà progressivamente dalla “serie” dei sanitari per accedere, mano a mano che la stanza da bagno si trasforma da oscuro luogo di servizio a spazio per il corpo, ad una complessità formale analoga a quella degli arredi da soggiorno.

1954, Gio Ponti|1957, Guido Andlovitz|1972, Paolo Tilche|1973, Achille Castiglioni|1999, Giulio Cappellini e Roberto Palomba|2002, Antonio Citterio con Sergio Brioschi|2003, Fabio Novembre|2003?, Antonio Citterio con Sergio Brioschi

sedie

Giuseppe Pagano, nel 1942, disse: “Se dovessi allestire un’esposizione dedicata alla storia della civiltà […], mi risolverei immediatamente per un’esposizione della sedia”. La sedia è infatti una “icona stilistica” assoluta, banco di prova ambito e temuto per i designer. Dopo la seconda guerra mondiale la sedia si affranca rapidamente da una lunga e straordinaria vicenda artigianale (i troni egizi sono in fondo già sedie) e conosce uno sviluppo notevolissimo dovuto all’allargamento della richiesta. Nuove parole risultano fondamentali, tra esse ergonomia. Le tecniche realizzative e i materiali si succedono rapidamente: dal legno massello al compensato curvato, dall’acciaio stampato alla plastica ad iniezione, dal cuoio strutturato al rotazionale, fino alla fibra di carbonio, per ritornare poi, secondo il principio dei corsi e ricorsi, al legno.

1950, Piero Fornasetti|1951, Gio Ponti|1951, Franco Albini|1953, Carlo De Carli|1953, Gastone Rinaldi|1954, Alberto Rosselli|1955, Ico e Luisa Parisi|1955, Piero fornasetti|1957, Gio Ponti|1959, Gianfranco Frattini|1959, Marco Zanuso|1959, Carlo Mollino|1960, Vico Magistretti|1960, Achille e Pier Giacomo Castiglioni|1964, AG Fronzoni|1964, Marco Zanuso con Richard Sapper|1965, Afra e Tobia Scarpa|1965, carlo De carli|1967, Joe Colombo|1968, Vico Magistretti|1968, Luigi Massoni|1969, Giancarlo Piretti|1969, Gio Ponti|1971, Enzo Mari|1971, Enzo Mari|1973, Cini Boeri|1974, Afra e Tobia Scarpa|1977, Mario Bellini|1978, Angelo Mangiarotti|1979, Giandomenico Belotti|1979, Gastone Rinaldi|1980, Gaetano Pesce|1982, Aldo Rossi e Luca Meda|1983, Anna Castelli Ferrieri|1984, Maurizio Peregalli|1987, Alberto Meda|1987, Massimo Morozzi|1987, Aldo Rossi|1988, Enzo Mari|1989, Vico Magistretti|1989, Afra e Tobia Scarpa|1990, Alberto Meda|1990, Roberto Lazzeroni|1990, Massimo Scolari|1990, Luca Meda|1991, Paolo Rizzatto|1991, Toni Cordero|1992, Vico Magistretti|1993, Marco Ferreri |1996, Vico Magistretti|1997, Riccardo Blumer|1999, Stefano Giovannoni, |2000, Antonio Citterio|2000, Marco Ferreri, |2000, Pierluigi Cerri|2001, Enrico D. Bona|2002, Raul Barbieri|2003, Luigi Baroli|2005-2008, Michele De Lucchi e Segzin Aksu|2006, Stefano Giovannoni|2007, Rodolfo Dordoni|2007, Antonio Citterio (con Glen Oliver Low)|2007, Riccardo Blumer e Matteo Borghi|2008, Massimiliano Adami|2008, Fabio Novembre|2008, Piero Lissoni|2008, Rodolfo Dordoni|2008, Odoardo Fioravanti|2009, Francesco Faccin

specchi

Lo specchio, tra tutte le tipologie dell’arredo, è sicuramente quella maggiormente dotata di valori simbolici (diceva Umberto Eco, nel 1985: “lo specchio è un fenomeno-soglia, che marca i confini tra immaginario e simbolico”). Sostanzialmente “assente” a livello di struttura fisica (non ha un volume destinato a contenere, non ha una funzione pratica che possa evolvere), sostanzialmente immutato a livello di costruzione meccanica dalla fine del XIX secolo con la definizione delle lastre di grande dimensione, lo specchio affida il suo disegno o alla cornice o “alla geometria”. Relegato a scopi puramente funzionali in certe aree della casa (segnatamente il bagno), in altre assumerà un ruolo prettamente rappresentativo e di status. Riguardo a questa seconda opzione dobbiamo tuttavia rilevare una persistenza, a livello di abitudini d’arredamento, di specchi “d’antiquariato” e quindi una attenzione statisticamente non significativa da parte dei grandi designer e delle aziende produttrici. Eccezioni notevolissime: l’opera di Nanda Vigo che costruisce da sola, con i suoi pezzi, una vera e propria storia dello specchio contemporaneo e l’invenzione tecnologica dello specchio curvato, mediata da quella del vetro curvato, prodotta da Fiam.

1970, Ettore Sottsass|1976, Luigi Caccia Dominioni|1979 (1980), Nanda Vigo|1986, Nanda Vigo|1987, Alessandro Mendini|1989, Pietro Derssi|2003, Antonia Astori|2003, Pierluigi Cerri|2004, A. Meda – D.Rossi – R. Tedesco|2005, Bertocco&Locatelli|2005, Laudani&Romanelli|2007, Piero Lissoni|2009, Piero Lissoni

vasi

La speranza di racchiudere la “storia del vaso italiano dal dopoguerra ad oggi” in un’unica sequenza di pezzi è, a differenza che per altre tipologie, una vera e propria illusione. La storia del vaso è infatti una storia che andrebbe parcellizzata in molte “micro-storie” a seconda del materiale e persino della tecnica di realizzazione. Così i vasi in vetro soffiato “fanno a sé” rispetto a quelli in vetro stampato; i vasi in ceramica sono ovviamente diversi da quelli in vetro, ma anche da quelli in porcellana o in gres. Per non parlare del bronzo, dell’argento, della plastica e delle situazioni pluri-materiche. Ciò che qui importa è tuttavia seguire un itinerario formale che ripercorra le alterne vicende di questo oggetto presente in tutte le case, anche se purtroppo sempre meno usato nella sua principale funzione di contenitore per acqua e fiori. Oggetto simbolico del “gusto borghese” che, in tempi ormai remoti, ha trasformato un contenitore nato per conservare bevande o cibi o resti funerari o offerte sacre in un oggetto “altamente inutile”, ma proprio per questo fortemente evocativo.

1949, Fulvio Bianconi|1956, Franco Meneguzzo|1956, Vinicio Vianello|1956-59, Ettore Sottsass|1961, Enzo Mari|1961, Sergio Asti|1962, Rosanna Bianchi Piccoli|1963, Enzo Mari|1964, Angelo Mangiarotti|1968, Angelo Mangiarotti|1968, Enzo Mari|1970, Gianfranco Frattini|1979, Roberto Sambonet|1988, Alessandro Mendini|1992, Donata Paruccini|1995, Franco Raggi|1995, Sergio Calatroni|1995, Gaetano Pesce|1995, Gae Aulenti|2003, Carlo Contin|2004, Laudani&Romanelli|2005, Laudani&Romanelli|2007-07, Denis Santachiara|2008, Paolo Ulian|2009, Fabio Novembre|2009, Massimo Lunardon|2010, Lorenzo Damiani|2011, Pio & Tito Toso|Anni'50, Aldo Londi